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D'Alema conferma il suo status di grande statista.
22 maggio 2008

 In un intervento ad una riunione del PD campano Massimo D'Alema non perde l'occasione di dimostrare - qualora ce ne fosse ancora bisogna - il suo essere un vero politico capace non solo di vincere, ma anche di fare mea culpa (chi può dimenticare l'anno 2000) e di fare analisi che in pochi hanno l'onestà, intellettuale e politica di compiere.
Così come era stato il primo a dire a chiare lettere che il percorso di governo del centrosinistra era terminato e che ci si dovesse preparare ad una campagna elettorale alla convention per i 10 della fondazione ItalianiEuropei, così oggi ammette senza remore: "C'e' una luna di miele tra il Paese e la destra ed anche per nostra responsabilita'. C'era un vuoto di autorita' e noi non siamo stati in grado di assicurare questa autorità ".
Neanche troppo implicitamente D'Alema fa intendere che il centrosinistra ha fallito non tanto per la coalizione eterogenea per il fatto di non aver reso credibile la sua azione di governo. Le lotte intestine, che non si è nenahce provato a sedare per la carenza di leadership di Prodi, hanno ingenerato nel cittadino italiano una sorta di avversità nei confronti di una sinistra che dà l'impressione di non avere le "palle" di governare e di mettersi contro i localismi ed i particolarismo.

YES, WE CAN
26 febbraio 2008





It was a creed written into the founding documents that declared the destiny of a nation.

Yes we can.

It was whispered by slaves and abolitionists as they blazed a trail toward freedom. Yes we can.


It was sung by immigrants as they struck out from distant shores and pioneers who pushed westward against an unforgiving wilderness.
Yes we can.

It was the call of workers who organized; women who reached for the ballots; a President who chose the moon as our new frontier; and a King who took us to the mountaintop and pointed the way to the Promised Land. Yes we can to justice and equality. Yes we can to opportunity and prosperity. Yes we can heal this nation. Yes we can repair this world. Yes we can.

We know the battle ahead will be long, but always remember that no matter what obstacles stand in our way, nothing can stand in the way of the power of millions of voices calling for change.

We have been told we cannot do this by a chorus of cynics...they will only grow louder and more dissonant

We've been asked to pause for a reality check. We've been warned against offering the people of this nation false hope. But in the unlikely story that is America, there has never been anything false about hope.

Now the hopes of the little girl who goes to a crumbling school in Dillon are the same as the dreams of the boy who learns on the streets of LA; we will remember that there is something happening in America; that we are not as divided as our politics suggests; that we are one people; we are one nation; and together, we will begin the next great chapter in the American story with three words that will ring from coast to coast; from sea to shining sea -- Yes. We. Can.

TRADUZIONE

Fu un credo scritto nei documenti di fondazione che dichiararono il destino di una nazione.

Sì, si può

Venne sussurrato dagli schiavi e dagli abolizionisti mentre tracciarono un cammino verso la libertà. Sì, si può

Fu cantata dagli immigrati mentre partirono da sponde lontane e dai pionieri che si spinsero verso il west contro una terra sconosciuta e implacabile. Sì, si può

Fu il richiamo di operai ad organizzarsi, di donne che stesero la mano a prendere la scheda; un Presidente che scelse la luna come nuova frontiera; e un Re che ci portò in cima ad una montagna e ci indicò la Terra promessa. Sì, si può ottenere giustizia e uguaglianza. Sì, si può ottenere opportunità e prosperità. Sì, si può curare questa nazione. Sì, si può riparare questo mondo. Sì, si può

Si sa che la battaglia sarà lunga, ma ricordate sempre che non importano i tanti ostacoli che ci intralciano, niente riesce ad intralciare il potere di milioni di voci che chiedono il cambiamento

Un coro di cinici ci ha detto che non riusciremo a realizzarci… diventerà sempre più forte e più dissonante

Ci hanno chiesto di fare pausa per tornare al mondo reale. Ci hanno esortato a non offrire false speranze al popolo di questa nazione. Ma nella storia inverosimile che è l’America, non c’è mai stato niente di falso nella speranza.

Oggi, le speranze di una ragazzina che frequenta una scuola malridotta a Dillon sono le stesse dei sogni di un ragazzo istruito sulle strade di L.A; Ricordiamo che qualcosa sta succedendo in America; che non siamo così divisi come ci fa pensare la nostra politica; che siamo un unico popolo; siamo un’unica nazione; e, insieme, inizieremo il prossimo grande capitolo della storia americana con tre parole che suoneranno da costa a costa, da mare a scintillante mare – Sì Si Può


 

Democrazia e libertà
24 febbraio 2008
Sono alcuni giorni che rifletto sulla democrazia e sulla libertà.

Secondo le parole di Abraham Lincoln the democracy is the government of the people, by the people, for the people. Questa massima, forse più di altre, riflette il senso della Democrazia, quale sistema, del popolo, che nasce, vive e si concretizza dal popolo, per il popolo, o meglio, per il bene del popolo (altrimenti devierebbe verso il populismo). Il popolo propaga sovranità, ma allo stesso tempo esso è il destinatario dell’esercizio di questa sovranità. E’ questa la magia della democrazia. La possibilità data a tutti i cittadini di poter esprimere ragionevolmente la propria preferenza sul futuro, sapendo di essere giudici delle proprie decisioni.

Ma per funzionare questo sistema necessità di un elemento essenziale: la libertà. Senza la libertà è impossibile esercitare il proprio diritto a decidere del proprio futuro e quello dei propri discendenti. L’assenza di libertà mette paura, e la paura priva l’uomo della ragione. Dunque un paese è tanto più democratico quanto i suoi cittadini sono liberi.

Si può dire a questo punto che l’Italia sia un paese democratico?

Certo. Votiamo molto più delle altre nazioni, ma questo basta? No. Perché siamo un popolo che ha paura. Ha paura del domani. Ed abbiamo paura perché non siamo liberi. Non siamo LIBERI di avere una casa, di fare una famiglia, di vivere in un paese sicuro, di accedere ai mezzi di comunicazione, di esercitare il nostro credo religioso, di poter studiare e dedicare la propria vita alla ricerca.

Immaginiamo uno Stato che dia un lavoro a tutti quelli che lo vogliano, ma senza lasciare a questi alcuna discrezionalità nella scelta. Certamente questo Stato darebbe ai cittadini un diritto al lavoro, sicuramente no una libertà di lavorare.

Non so quale partito vincerà le prossime elezioni. Certamente mi piacerebbe che fosse il Partito Democratico. Ma qualunque sarà il prossimo governo mi piacerebbe che si impegni a rendere tutti un po’ più democratici, un po’ più liberi.

La sicurezza, la vita, il lavoro, l’accesso alle informazioni, la famiglia, la religione, lo studio e la ricerca sono da sempre definiti come diritti. Ma i diritti presumono il riconoscimento degli altri delle posizioni di vantaggio. Da parte degli altri cittadini - in una concezione individualista – o da parte dello Stato - in una più statualista. Ma queste che i ritengono libertà devono vivere a prescindere dal riconoscimento, dalla concessione. Ed è questo che non ci rende liberi. Ciò ci rende soggetti ad altri. Ci rende schiavi.

Immaginiamo uno Stato che dia un lavoro a tutti quelli che lo vogliano, ma senza lasciare a questi alcuna discrezionalità nella scelta. Certamente questo Stato darebbe ai cittadini un diritto al lavoro, sicuramente no una libertà di lavorare. E credo che in pochi sarebbero contenti di questo diritto.

Vorrei che le situazioni che prima ho elencato fossero libertà che si riconoscono a tutti in quanto cittadini a prescindere dalla propria condizione sociale di partenza.

Ciò ci renderebbe più liberi, e perciò anche più democratici.

Dopo ViVa Roma al Palalottomatica
24 febbraio 2008

Sono tornato da un’oretta dalla manifestazione del Palalottomatica “Viva Roma”. Diecimila persone, avete capite bene DIECIMILA PERSONE, la domenica mattina di una bellissima giornata di quasi primavera hanno preferito lasciare da parte il proprio interesse, legittimo, a rilassarsi tra le mura domestiche ed hanno preferito venire da ogni parte della città al PalaEur per far sentire la propria vicinanza al nostro uomo della speranza, Walter Veltroni, ed al nostro uomo della continuità del buon governo di Roma, Francesco Rutelli.

E’ stata una giornata emozionante e non posso nascondere che quando Fiorella Mannoia ha cominciato a cantare “La storia” di De Gregori delle lacrime hanno rigato il mio volto e di tanti altri amici e compagni.

Mi sono commosso ed ho pianto come un bambino perché ho visto la parte di un sogno diventare realtà. Ho visto il partito che ho sempre sognato sin da quando a 16 anni ho cominciato a frequentare i compagni di Rende. Ho visto uomini e donne, ragazzi e ragazze, pragmatici ed utopisti, tutti lì insieme a sperare che il nostro progetto riformatore del nostro paese possa divenire realtà.

Ed ho visto la voglia di unire e non di dividere. Ho visto parenti delle vittime delle vecchie ideologie che si riunivano al di là di qualsiasi divisioni derivante dal passato, come la madre di Valerio Verbano e il fratello di Stefano e Virginio Mattei. Vittime di momenti figli di odi (non di lotta) di classe che dovremmo lasciare alla storia.

Ho visto un popolo. E la voglia di prendere di petto questa emozione e questa possibilità di cambiare davvero. E non di cambiare il governo, ma di cambiare il paese.

Grazie Walter. Grazie Francesco. Grazie Partito Democratico. Grazie a noi tutti. E grazie per una spirito che oggi è nuovamente nato in me.

Si, oggi più di ieri ma meno di domani: YES, WE CAN!

Ultime dalle primarie americane (by ansa.it)
4 febbraio 2008
 
VOTO USA, OBAMA SEMPRE AVANTI NEI SONDAGGI. MCCAIN SI CONSOLIDA
Alla vigilia del Super martedì si amplia il distacco di Barack Obama, candidato democratico alla Casa Bianca, sulla rivale Hillary Clinton in stati importanti come California e Missouri, mentre conferma un testa a testa in New Jersey e un fossato in Georgia.

In campo repubblicano il senatore dell'Arizona John McCain consolida il suo vantaggio doppio su Mitt Romney a New York e nel New Jersey ma Romney guadagna punti in California, lo stato più popoloso nella sfida di domani . Secondo l'ultimo sondaggio di Reuters/C-SPAN/Zogby, realizzato la scorsa notte, in California il senatore nero dell'Illinois guadagna altri due punti staccando la senatrice di New York 46% a 40%, e in Missouri guadagna un punto attestandosi a 47% contro 42%.

Il margine di errore è calcolato in 3,4% punti. I due rivali democratici sono testa a testa con il 43% nel New Jersey dove il 10% dei votanti ha detto di essere ancora indeciso, ma in Georgia Obama stacca Clinton con 17 punti di vantaggio, favorito dal voto dei neri. In casa repubblicana è Romney, ex governatore del Massachusetts, a fare ancora un balzo su Mccain in California con il 40% dei favori contro il 32% del senatore dell'Arizona. Il margine di errore è di 3.3 punti.

Nel Missouri McCain conduce la corsa con il 35% contro il 27% dell'ex governatore dell'Arkansas Mike Huckbee e con Romney in terza posizione con il 24%. Il margine di errore è di 3.4. Nel New Jersey McCain ha il doppio dei punti di Romney, e migliora i risultati anche a New York. Negli stati citati il sondaggio è stato effettuato con rilevazioni da venerdì scorso alla scorsa notte con un aggiornamento continuo dei dati.

OBAMA, APPOGGI BI-PARTISAN

di Alessandra Baldini

NEW YORK - Susan Eisenhower non è soltanto l'ennesima repubblicana delusa dopo aver fatto per tutta la vita militanza di partito. La nipote del presidente Dwight Eisenhower è entrata ufficialmente nel movimento dei repubblicani per Barack Obama: "Se il partito democratico lo sceglierà come candidato, il 4 novembre lo voterò e lavorerò per farlo eleggere", ha scritto la Eisenhower sulla pagina degli editoriali del Washington Post. L'adesione della Eisenhower al crescente movimento degli 'Obamacani' (repubblicani per Obama) è un campanello d'allarme per la campagna di Hillary Clinton ma anche per le aspirazioni presidenziali del front-runner repubblicano John McCain: "Mio nonno, un eroe di guerra, era stato selezionato dai repubblicani ma vinse con l'aiuto di democratici attratti dal suo messaggio per il cambiamento a Washington", ha scritto Susan annunciando l'endorsement "nella grande tradizione degli elettori che attraversano gli steccati di partito".

E' successo già due volte nella storia degli Usa, finora però in senso inverso: dopo i democratici per Eisenhower nel 1952, negli anni Ottanta accadde con Ronald Reagan e il cosiddetto 'riallineamento del Sud' che trasferì nella colonna repubblicana valanghe di voti tradizionalmente democratici di zone rurali e industriali d'America. "Vedono che non attacca i repubblicani, che non attacca i bianchi, che non polarizza l'elettorato come faceva Bill Clinton", ha detto l'ex deputato repubblicano Joe Scarborough che conduce un popolare programma della mattina sulla MsNbcper spiegare come mai elettori del suo partito come Susan siano capaci di saltare il fosso nonostante che Obama sia stato additato come "il senatore più liberal del 2007" dalla rivista politica National Journal: un giudizio subito rimbalzato nelle pubblicità elettorale del Comitato Nazionale Repubblicano. I sondaggi nazionali danno Hillary Clinton ancora in vantaggio nel voto di martedì prossimo in 22 stati Usa, ma Obama le sta col fiato sul collo dopo aver raccolto nuovi appoggi a destra e a sinistra: prima il movimento pacifista di base MoveOn, poi due importanti giornali della California, l'Oakland Tribune e il Los Angeles Times, quest'ultimo che non si pronunciava su una corsa presidenziale dal 1972.

In attesa di altri endorsement eccellenti (tra i più attesi, l'ex rivale John Edwards ha fatto sapere che non si pronuncerà prima di martedì, mentre l'ex vice-presidente e premio Nobel Al Gore, di cui sono noti i contatti bisettimanali con Obama, potrebbe restare neutrale fino all'ultimo), il senatore dell'Illinois ha fatto la spola oggi tra Idaho (23 delegati), Minnesota (88) e Missouri (88), tre stati dove votano gli indipendenti, mentre Hillary si è divisa tra California (441, il trofeo più ambito), Arizona (67) e tra gli ispanici del New Mexico (38).

La moglie del senatore dell'Illinois, Michelle, tornerà intanto in California, stavolta accompagnata dalle 'grandi sostenitrici' Oprah Winfrey e Caroline Kennedy. Oprah in dicembre aveva accompagnato Obama in Iowa, New Hampshire e South Carolina, preparando la strada per il momento di grazia delle 'primarie nere'. L'obiettivo stavolta è chiudere il gap che separa Barack ad Hillary strappando all'ex First Lady il voto delle donne.
Riflessioni notturne
25 gennaio 2008
Se non scrivo qualcosa mi sa che non prendo sonno stanotte. Dal punto di vista tanto personale che politico è stata una giornata molto piena. Dopo tanto tempo ho comprato un giornale. L'ho letto ed ho pensato: meno male che esiste internet. Sui giornali non si trovano neanche più notizie, d’altronde gli scoop e le idee latitano ormai da anni.

E' caduto il governo Prodi. Questa è la notizia del giorno. E' un brutto giorno per l'Italia. Adesso ci troviamo in mare aperto senza salvagente e con aereo che precipita puntando dritto contro noi.

Andare alle elezioni ora sarebbe catastrofico. Sia nel caso dell'instabilità consequenziale al Porcellum, sia nel caso di un replay del governo Berlusconi che non dimentichiamo ha fallito nei 5 anni della scorsa legislatura con conseguenze catastrofiche sullo stato ambientale, economico, finanziario, internazionale del paese.

Ecco perché ritengo necessario un nuovo governo di ampie convergenze, guidato da un'alta personalità (politica), stimata da ambo i poli e con un'alta credibilità internazionale e soprattutto intelligente (credo che con questo ultimo sostantivo l'identikit sia abbastanza chiaro).

D'Alema sarebbe l'unica personalità capace di mettere d'accordo tutti dal PD forse fino Fini. Forse sussisterebbe qualche problema con gli ex alleati dell'Unione (vedevo su Anno Zero un Di Pietro visibilmente eccitato per il voto anticipato) e i compagni del Partito Democratico.

Ma D'Alema saprebbe assumersi l'onere con il carisma, la responsabilità e le capacità che solo uno statista come lui può avere…

Le uniche due soluzioni possibile per il bene del Paese
22 gennaio 2008



Senza fare inutili giri di parole le uniche strade percorribili sono due: 1) governo Prodi della non sfiducia con astensioni determinanti di Udeur e Udc (in questo modo il plenum del Senato scenderebbe a 299 con maggioranza a 150 voti); 2) governo istituzionale di larghe intese.

Credo che al momento l'unica strada percorribile sia la prima. Spero che gli uomini del centrosinistra camminino verso questa direzione. Altrimenti la vedo molto dura.

Ma che Paese siamo? Ci vuole sicurezza del posto di lavoro e sul posto di lavoro
10 dicembre 2007

L'Italia dovrebbe essere una Repubblica fondata sul Lavoro. E' questo il principio base della nostra Costituzione. Si è sempre creduto che il lavoro, con i suoi favori, con il suo spirito cooperativo, con la possibilità che esso comporta di accrescere il tenore sociale ed economico porta ad una rivalsa sociale ed una equità sostanziale tra i cittadini.

Ma in un Paese come l'Italia si muore ancora sul posto di lavoro. Che Paese siamo? I morti sul lavoro sono martiri di un sistema marcio.

I nostri politici pensano soprattutto a conservare il loro "posto di lavoro" che a volte (la maggior parte) diviene a tempo indeterminato, non a salvare vite umane sui posti di lavori.

Tra poco uscirà qualche amministratore locale che comincerà a dedicare delle strade ai caduti sui posti di lavoro e l'ipocrisia italiana andrà avanti. Si daranno indennizzi alle famiglie di questi martiri, ma nessun provvedimento verrà preso, perchè fa troppo comodo uno Stato che si volta dall'altra parte, forte con i deboli e debole con i forti.

Per la sicurezza del posto di lavoro e sul posto di lavoro

PD: DS-PPI-LETTA, CONGRESSO ENTRO IL 2008
23 novembre 2007

Da www.ansa.it

Congresso sì, congresso no? Il dibattito finora solo giornalistico sulla necessità di tenere presto un congresso del Pd è esploso nella commissione incaricata di redigere lo statuto del nuovo partito: i Ds, i popolari e gli esponenti vicini a Enrico Letta hanno presentato un documento che definisce "necessario" svolgere le Assise del Pd entro il 2008, passando così "ad una gestione ordinaria del partito", in cui gli iscritti abbiano un ruolo, così come gli organi del partito. Il documento, a cui i veltroniani si sono opposti, non è stato votato per evitare rotture, e la palla passa ora al comitato ristretto che dovrà redigere la bozza dello statuto.

Ad aprire la querelle era stato domenica il numero due del Pd, Dario Franceschini, che aveva paventato l'idea di non svolgere il congresso, visto che un segretario c'é già, eletto dai cittadini alle primarie. Legato a questo tema c'é quello delle "tessere", cioé i diritti degli iscritti rispetto ai semplici simpatizzanti che partecipano solo alle primarie. Querelle sintetizzata nel dibattito tra partito liquido e partito pesante. Alla commissione statuto, alla sua seconda riunione, il dibattito ha toccato questi temi. "La scelta - spiega il veltroniano Enrico Morando - è tra due impostazioni: noi riteniamo che debba essere interpellato il popolo delle primarie sulle grandi scelte, cioé l'elezione del segretario a cui è connessa una piattaforma politica e i nomi di un'Assemblea nazionale; e a quel punto il congresso non serve. Altri chiedono un'impostazione più tradizionale, in cui l'iscritto che si impegna quotidianamente ha dei diritti, cioé quello di dire la sua a un congresso eleggendo un segretario".

In effetti questa ultima soluzione è quella sostenuta da un documento presentato alla riunione della commissione Statuto dal Ds Vasco Errani, e sottoscritto da altri ex compagni di partito, nonché dai popolari e dai "lettiani"; e anche il ministro Pierluigi Bersani in un'intervista ha perorato questa causa. Il documento chiede "un partito che sia radicato sul territorio, che abbia strutture associative e organi definiti, che stabilisca diritti e doveri certi e significativi per gli aderenti".

E poi la questione delle Assise: la fase costituente deve avere un termine preciso, il congresso è "un passaggio necessario soprattutto per passare ad una gestione ordinaria del partito secondo le regole democratiche". La tesi è stata appoggiata dai Ds Nicola La Torre e Maurizio Migliavacca, dai mariniani Nicodemo Oliverio e Salvatore Ladu, e dai lettiani Francesco Sanna e Gilda Binetti. Fermo il "niet" dei veltroniani, con il presidente Salvatore Vassallo che ha sollevato questioni procedurali. Goffredo Bettini ha poi obiettato che la convocazione di un congresso è una decisione politica e la deve prendere un organo politico, non la commissione statuto. Contrari al documento anche i rutelliani Maurizio Fistarol e Renzo Lusetti; freddi i popolari più vicini a Dario Franceschini. Alla fine, per evitare la rottura, la relatrice Fernanda Contri ha avanzato la mediazione accolta dal secondo firmatario (Errani era nel frattempo dovuto andare alla Conferenza Stato-Regioni), il Ds Roberto Montanari: il documento andrà al comitato ristretto che dovrà scrivere entro un mese la bozza dello statuto, che poi la Commissione voterà. E sulla composizione del comitato si è registrato un altro "dramma". I

l presidente Vassallo ha letto i venti nomi dei componenti, spiegando che erano stati concordati con le tre componenti delle primarie (Veltroni, Bindi Letta). Ciriaco De Mita, vistosi escluso, ha abbandonato i lavori. Franceschini sdrammatizza lo scontro sul documento: "E' tutta salute che si discuta, ci mancherebbe che il Pd non lo faccesse. La Commissione statuto ha appena iniziato. C'é tempo fino al 31 gennaio".

Perchè il sistema tedesco non è adeguato al nostro paese e l’esigenza di un sistema italiano
22 novembre 2007
Premessa

Nelle ultime settimane è infiammata la discussione sulla legge elettorale. Forse per l’avvicinarsi del referendum si cercano accordi e intermediazioni. Al momento il modello elettorale che sembra trovare più consensi risulta essere il modello tedesco. Ciò deriva dal fatto che il sistema politico tedesco risulta essere quello che ha assicurato – più di tutti gli altri - la sicurezza delle maggioranze e la loro governabilità.

Ma ho paura che questo orientamento sia spinto più che da una riflessione ponderata, da opportunità politiche e dalla paura del referendum.

L’accettazione del modello tedesco tout court non mi convince per due ordini di motivi: 1) Perché l’evolversi del sistema costituzionale tedesco – e dunque l’affermazione della stabilità di governo - nasce dall’integrarsi del sistema politico con congegni di razionalizzazione; 2) perché msi sembra assurdo che il nostro sistema politico debba sempre agganciarsi a modelli stranieri senza interpretare la realtà politico-sociale italiana.

Il sistema tedesco

Il modello elettorale tedesco, giova ricordarlo, si basa sul coordinamento dei due sistemi, maggioritario e proporzionale: non si può, dunque, definire un sistema proporzionale puro. Gli elettori dispongono di due schede, con cui eleggono, rispettivamente, metà dei seggi in collegi uninominali e l’altra metà sulla base di liste nazionali bloccate di partito, quindi con criterio proporzionale. I seggi vengono ripartiti secondo il numero di voti ottenuti nel collegio proporzionale nazionale. Facciamo chiarezza: il partito X ottiene il 50% dei voti otterrà il 50% dei seggi disponibili in parlamento; il partito Y ottiene il 25% avrà il 25%; il partito Z ottiene il 10% avrà il 10% a prescindere dalla distinzione proporzionale-maggioritario. Ma può succedere che un partito abbiamo ottenuto, nei collegi uninominali un numero di seggi superiore a quello spettante gli in base al riparto proporzionale. Il partito in questione conserva i seggi così ottenuti e varia il numero di membri del Bundestag. A questo sistema di aggiunge il meccanismo di razionalizzazione che è la clausola di sbarramento (il sistema tedesco si caratterizza anche per la presenza di una clausola di sbarramento che tende a chiudere le porte del Parlamento alla frammentazione politica pari al 5% dei voti).

Facciamo nuovamente chiarezza: immaginiamo di trovarci di fronte ad un parlamento di 400 membri. 200 seggi vengono attribuiti sulla base di collegi uninominali, altri 200 sulla base del sistema proporzionale. Immaginiamo che alle elezioni si presentino 6 partiti: Rossi, Verdi, Neri, Marroni, Grigi, Bianchi. Immaginiamo che questi partiti assumano le seguenti percentuali - nel proporzionale - ottenendo consequenzialmente avranno i seguenti seggi computati sul numero totali di seggi:

Partito

Percentuale

Numero di seggi

Rossi

50% (56% ponderato)

224

Verdi

30% (33%)

132

Neri

10% (11%)

44

Marroni

4%

0

Grigi

3%

0

Bianchi

3%

0

I numeri così ottenuti sono al netto dei collegi uninominale.
Immaginiamo ora che il partito Bianchi abbia un forte radicamento territoriale e che abbia conquistato 4 seggi nei collegi uninominali maggioritari ecco allora che la composizione del Bundestag salirà a 404 membri e sarà così composto:

Partito

Numero di seggi

Rossi

224

Verdi

132

Neri

44

Bianchi

4

Ma non basta ciò. Il sistema politico tedesco assicura la propria stabilità ed efficienza per la presenza di altri fattori:

1) Rafforzamento della figura del Cancelliere, eletto a maggioranza assoluta dal Bundestag, con potere di nomina e revoca dei ministri e dunque con un ruolo centrale e forte nel sistema dell’indirizzo politico

2) Esistenza della sfiducia c.d. costruttiva; ossia le maggioranza (che si costruiscono dopo le elezioni secondo i modelli parlamentari) possono sfiduciare il Cancelliere solo nel caso in cui sia eletto a maggioranza assoluta un altro cancelliere

3) I rapporti politici tra i partiti sono più che maturi. Ciò scaturisce da due motivi: a) le decisioni del tribunale costituzionale tedesco che ha tagliato fuori dal sistema politico i due partiti antisistema(neonazista e comunista) che, avendo, un’alta percentuale non consentivano uno sviluppo del sistema politico in senso tendenzialmente bipartitico assicurando alla Germania un sistema a democrazia protetta. L’eliminazione dei nemici del sistema fa sì che i partiti maggiori identifichino nello stesso tempo gli "avversari politici", sollecitando la vocazione sistemica dei partiti chiamati a collaborare alla formazione della volontà politica del popolo.

Dobbiamo allora chiederci se questo sistema possa attuarsi in Italia. Credo di no. Il sistema politico italiano non permette questi congegni di razionalizzazione soprattutto per l’impossibilità di rendere il nostro un sistema democratico protetto. E per l'assenza, da parte delle forze radicali, della volontà di attuare un revisionismo con il passato, e sposare in toto la scelta liberale.

Un modello italiano

Credo sia molto più opportuno creare un sistema italiano di riferimento analizzando nel passato il sistema che più si è avvicinato alle esigenze italiano correggendolo nei congegni che non hanno funzionato.

Il sistema elettorale e politico che più ha avvicinato l’Italia agli altri paesi è stato il c.d. Mattarellum. Questo – che seguiva anche il referendum con il quale i cittadini avevano espresso la loro preferenza per il sistema dei collegi uninominali – ha negli anni fondamentalmente funzionato ed era entrato nella testa degli elettori ormai maturi. Quello che non ha funzionato è stato essenzialmente il rapporto tra quota maggioritaria e quota proporzionale, ed il funzionamento istituzionale nel momento successivo alle elezioni.

Vengo dunque alla proposta che considero la più idonea al sistema italiano.

I seggi dovrebbero essere assegnati per metà in collegi uninominali maggioritari in un unico turno di votazione e la metà con il sistema proporzionale con clausola di sbarramento al 5% ed attribuzione dei seggi su base circoscrizionale. Questo sistema – che ripercorre il Mattarellum – va corretto proponendo un collegamento tra liste maggioritarie e liste proporzionali che devono essere espressione di partiti.

Essenzialmente per essere presenti sulla scheda proporzionale si dovrebbe essere presenti anche nella quota maggioritaria, presentando liste maggioritarie (con il medesimo simbolo della lista proporzionale) in almeno ¾ dei collegi. In questo modo si disincentiverebbero le alleanze dirette a conseguire un voto in più, in cambio della presenza del Partito nelle liste proporzionali. Si andrebbe così a generare un sistema elettorale fatto di contrapposizione non più di coalizioni (eterogenee e litigiose) ma tra partiti che tende comunque (attraverso i meccanismi dei collegi uninominali e delle circoscrizioni) a garantire la rappresentatività delle forze più vicine all’elettore.

Ma ciò da solo non basta. Occorre, altresì, una modifica dei regolamenti parlamentari che non consenta la formazione di gruppi parlamentari diversi rispetti ai partiti che si sono presentati alle elezioni. Sarà inoltre opportuno una razionalizzazione della forma di governo con un rafforzamento dei poteri dei Premier (innanzitutto con la sua elezione parlamentare), e con una riforma del Senato che tenga conto della nuova configurazione della Repubblica delle autonomie.

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