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D'Alema conferma il suo status di grande statista.
22 maggio 2008

 In un intervento ad una riunione del PD campano Massimo D'Alema non perde l'occasione di dimostrare - qualora ce ne fosse ancora bisogna - il suo essere un vero politico capace non solo di vincere, ma anche di fare mea culpa (chi può dimenticare l'anno 2000) e di fare analisi che in pochi hanno l'onestà, intellettuale e politica di compiere.
Così come era stato il primo a dire a chiare lettere che il percorso di governo del centrosinistra era terminato e che ci si dovesse preparare ad una campagna elettorale alla convention per i 10 della fondazione ItalianiEuropei, così oggi ammette senza remore: "C'e' una luna di miele tra il Paese e la destra ed anche per nostra responsabilita'. C'era un vuoto di autorita' e noi non siamo stati in grado di assicurare questa autorità ".
Neanche troppo implicitamente D'Alema fa intendere che il centrosinistra ha fallito non tanto per la coalizione eterogenea per il fatto di non aver reso credibile la sua azione di governo. Le lotte intestine, che non si è nenahce provato a sedare per la carenza di leadership di Prodi, hanno ingenerato nel cittadino italiano una sorta di avversità nei confronti di una sinistra che dà l'impressione di non avere le "palle" di governare e di mettersi contro i localismi ed i particolarismo.

Dopo ViVa Roma al Palalottomatica
24 febbraio 2008

Sono tornato da un’oretta dalla manifestazione del Palalottomatica “Viva Roma”. Diecimila persone, avete capite bene DIECIMILA PERSONE, la domenica mattina di una bellissima giornata di quasi primavera hanno preferito lasciare da parte il proprio interesse, legittimo, a rilassarsi tra le mura domestiche ed hanno preferito venire da ogni parte della città al PalaEur per far sentire la propria vicinanza al nostro uomo della speranza, Walter Veltroni, ed al nostro uomo della continuità del buon governo di Roma, Francesco Rutelli.

E’ stata una giornata emozionante e non posso nascondere che quando Fiorella Mannoia ha cominciato a cantare “La storia” di De Gregori delle lacrime hanno rigato il mio volto e di tanti altri amici e compagni.

Mi sono commosso ed ho pianto come un bambino perché ho visto la parte di un sogno diventare realtà. Ho visto il partito che ho sempre sognato sin da quando a 16 anni ho cominciato a frequentare i compagni di Rende. Ho visto uomini e donne, ragazzi e ragazze, pragmatici ed utopisti, tutti lì insieme a sperare che il nostro progetto riformatore del nostro paese possa divenire realtà.

Ed ho visto la voglia di unire e non di dividere. Ho visto parenti delle vittime delle vecchie ideologie che si riunivano al di là di qualsiasi divisioni derivante dal passato, come la madre di Valerio Verbano e il fratello di Stefano e Virginio Mattei. Vittime di momenti figli di odi (non di lotta) di classe che dovremmo lasciare alla storia.

Ho visto un popolo. E la voglia di prendere di petto questa emozione e questa possibilità di cambiare davvero. E non di cambiare il governo, ma di cambiare il paese.

Grazie Walter. Grazie Francesco. Grazie Partito Democratico. Grazie a noi tutti. E grazie per una spirito che oggi è nuovamente nato in me.

Si, oggi più di ieri ma meno di domani: YES, WE CAN!

Ultime dalle primarie americane (by ansa.it)
4 febbraio 2008
 
VOTO USA, OBAMA SEMPRE AVANTI NEI SONDAGGI. MCCAIN SI CONSOLIDA
Alla vigilia del Super martedì si amplia il distacco di Barack Obama, candidato democratico alla Casa Bianca, sulla rivale Hillary Clinton in stati importanti come California e Missouri, mentre conferma un testa a testa in New Jersey e un fossato in Georgia.

In campo repubblicano il senatore dell'Arizona John McCain consolida il suo vantaggio doppio su Mitt Romney a New York e nel New Jersey ma Romney guadagna punti in California, lo stato più popoloso nella sfida di domani . Secondo l'ultimo sondaggio di Reuters/C-SPAN/Zogby, realizzato la scorsa notte, in California il senatore nero dell'Illinois guadagna altri due punti staccando la senatrice di New York 46% a 40%, e in Missouri guadagna un punto attestandosi a 47% contro 42%.

Il margine di errore è calcolato in 3,4% punti. I due rivali democratici sono testa a testa con il 43% nel New Jersey dove il 10% dei votanti ha detto di essere ancora indeciso, ma in Georgia Obama stacca Clinton con 17 punti di vantaggio, favorito dal voto dei neri. In casa repubblicana è Romney, ex governatore del Massachusetts, a fare ancora un balzo su Mccain in California con il 40% dei favori contro il 32% del senatore dell'Arizona. Il margine di errore è di 3.3 punti.

Nel Missouri McCain conduce la corsa con il 35% contro il 27% dell'ex governatore dell'Arkansas Mike Huckbee e con Romney in terza posizione con il 24%. Il margine di errore è di 3.4. Nel New Jersey McCain ha il doppio dei punti di Romney, e migliora i risultati anche a New York. Negli stati citati il sondaggio è stato effettuato con rilevazioni da venerdì scorso alla scorsa notte con un aggiornamento continuo dei dati.

OBAMA, APPOGGI BI-PARTISAN

di Alessandra Baldini

NEW YORK - Susan Eisenhower non è soltanto l'ennesima repubblicana delusa dopo aver fatto per tutta la vita militanza di partito. La nipote del presidente Dwight Eisenhower è entrata ufficialmente nel movimento dei repubblicani per Barack Obama: "Se il partito democratico lo sceglierà come candidato, il 4 novembre lo voterò e lavorerò per farlo eleggere", ha scritto la Eisenhower sulla pagina degli editoriali del Washington Post. L'adesione della Eisenhower al crescente movimento degli 'Obamacani' (repubblicani per Obama) è un campanello d'allarme per la campagna di Hillary Clinton ma anche per le aspirazioni presidenziali del front-runner repubblicano John McCain: "Mio nonno, un eroe di guerra, era stato selezionato dai repubblicani ma vinse con l'aiuto di democratici attratti dal suo messaggio per il cambiamento a Washington", ha scritto Susan annunciando l'endorsement "nella grande tradizione degli elettori che attraversano gli steccati di partito".

E' successo già due volte nella storia degli Usa, finora però in senso inverso: dopo i democratici per Eisenhower nel 1952, negli anni Ottanta accadde con Ronald Reagan e il cosiddetto 'riallineamento del Sud' che trasferì nella colonna repubblicana valanghe di voti tradizionalmente democratici di zone rurali e industriali d'America. "Vedono che non attacca i repubblicani, che non attacca i bianchi, che non polarizza l'elettorato come faceva Bill Clinton", ha detto l'ex deputato repubblicano Joe Scarborough che conduce un popolare programma della mattina sulla MsNbcper spiegare come mai elettori del suo partito come Susan siano capaci di saltare il fosso nonostante che Obama sia stato additato come "il senatore più liberal del 2007" dalla rivista politica National Journal: un giudizio subito rimbalzato nelle pubblicità elettorale del Comitato Nazionale Repubblicano. I sondaggi nazionali danno Hillary Clinton ancora in vantaggio nel voto di martedì prossimo in 22 stati Usa, ma Obama le sta col fiato sul collo dopo aver raccolto nuovi appoggi a destra e a sinistra: prima il movimento pacifista di base MoveOn, poi due importanti giornali della California, l'Oakland Tribune e il Los Angeles Times, quest'ultimo che non si pronunciava su una corsa presidenziale dal 1972.

In attesa di altri endorsement eccellenti (tra i più attesi, l'ex rivale John Edwards ha fatto sapere che non si pronuncerà prima di martedì, mentre l'ex vice-presidente e premio Nobel Al Gore, di cui sono noti i contatti bisettimanali con Obama, potrebbe restare neutrale fino all'ultimo), il senatore dell'Illinois ha fatto la spola oggi tra Idaho (23 delegati), Minnesota (88) e Missouri (88), tre stati dove votano gli indipendenti, mentre Hillary si è divisa tra California (441, il trofeo più ambito), Arizona (67) e tra gli ispanici del New Mexico (38).

La moglie del senatore dell'Illinois, Michelle, tornerà intanto in California, stavolta accompagnata dalle 'grandi sostenitrici' Oprah Winfrey e Caroline Kennedy. Oprah in dicembre aveva accompagnato Obama in Iowa, New Hampshire e South Carolina, preparando la strada per il momento di grazia delle 'primarie nere'. L'obiettivo stavolta è chiudere il gap che separa Barack ad Hillary strappando all'ex First Lady il voto delle donne.
Ma che Paese siamo? Ci vuole sicurezza del posto di lavoro e sul posto di lavoro
10 dicembre 2007

L'Italia dovrebbe essere una Repubblica fondata sul Lavoro. E' questo il principio base della nostra Costituzione. Si è sempre creduto che il lavoro, con i suoi favori, con il suo spirito cooperativo, con la possibilità che esso comporta di accrescere il tenore sociale ed economico porta ad una rivalsa sociale ed una equità sostanziale tra i cittadini.

Ma in un Paese come l'Italia si muore ancora sul posto di lavoro. Che Paese siamo? I morti sul lavoro sono martiri di un sistema marcio.

I nostri politici pensano soprattutto a conservare il loro "posto di lavoro" che a volte (la maggior parte) diviene a tempo indeterminato, non a salvare vite umane sui posti di lavori.

Tra poco uscirà qualche amministratore locale che comincerà a dedicare delle strade ai caduti sui posti di lavoro e l'ipocrisia italiana andrà avanti. Si daranno indennizzi alle famiglie di questi martiri, ma nessun provvedimento verrà preso, perchè fa troppo comodo uno Stato che si volta dall'altra parte, forte con i deboli e debole con i forti.

Per la sicurezza del posto di lavoro e sul posto di lavoro

PD: DS-PPI-LETTA, CONGRESSO ENTRO IL 2008
23 novembre 2007

Da www.ansa.it

Congresso sì, congresso no? Il dibattito finora solo giornalistico sulla necessità di tenere presto un congresso del Pd è esploso nella commissione incaricata di redigere lo statuto del nuovo partito: i Ds, i popolari e gli esponenti vicini a Enrico Letta hanno presentato un documento che definisce "necessario" svolgere le Assise del Pd entro il 2008, passando così "ad una gestione ordinaria del partito", in cui gli iscritti abbiano un ruolo, così come gli organi del partito. Il documento, a cui i veltroniani si sono opposti, non è stato votato per evitare rotture, e la palla passa ora al comitato ristretto che dovrà redigere la bozza dello statuto.

Ad aprire la querelle era stato domenica il numero due del Pd, Dario Franceschini, che aveva paventato l'idea di non svolgere il congresso, visto che un segretario c'é già, eletto dai cittadini alle primarie. Legato a questo tema c'é quello delle "tessere", cioé i diritti degli iscritti rispetto ai semplici simpatizzanti che partecipano solo alle primarie. Querelle sintetizzata nel dibattito tra partito liquido e partito pesante. Alla commissione statuto, alla sua seconda riunione, il dibattito ha toccato questi temi. "La scelta - spiega il veltroniano Enrico Morando - è tra due impostazioni: noi riteniamo che debba essere interpellato il popolo delle primarie sulle grandi scelte, cioé l'elezione del segretario a cui è connessa una piattaforma politica e i nomi di un'Assemblea nazionale; e a quel punto il congresso non serve. Altri chiedono un'impostazione più tradizionale, in cui l'iscritto che si impegna quotidianamente ha dei diritti, cioé quello di dire la sua a un congresso eleggendo un segretario".

In effetti questa ultima soluzione è quella sostenuta da un documento presentato alla riunione della commissione Statuto dal Ds Vasco Errani, e sottoscritto da altri ex compagni di partito, nonché dai popolari e dai "lettiani"; e anche il ministro Pierluigi Bersani in un'intervista ha perorato questa causa. Il documento chiede "un partito che sia radicato sul territorio, che abbia strutture associative e organi definiti, che stabilisca diritti e doveri certi e significativi per gli aderenti".

E poi la questione delle Assise: la fase costituente deve avere un termine preciso, il congresso è "un passaggio necessario soprattutto per passare ad una gestione ordinaria del partito secondo le regole democratiche". La tesi è stata appoggiata dai Ds Nicola La Torre e Maurizio Migliavacca, dai mariniani Nicodemo Oliverio e Salvatore Ladu, e dai lettiani Francesco Sanna e Gilda Binetti. Fermo il "niet" dei veltroniani, con il presidente Salvatore Vassallo che ha sollevato questioni procedurali. Goffredo Bettini ha poi obiettato che la convocazione di un congresso è una decisione politica e la deve prendere un organo politico, non la commissione statuto. Contrari al documento anche i rutelliani Maurizio Fistarol e Renzo Lusetti; freddi i popolari più vicini a Dario Franceschini. Alla fine, per evitare la rottura, la relatrice Fernanda Contri ha avanzato la mediazione accolta dal secondo firmatario (Errani era nel frattempo dovuto andare alla Conferenza Stato-Regioni), il Ds Roberto Montanari: il documento andrà al comitato ristretto che dovrà scrivere entro un mese la bozza dello statuto, che poi la Commissione voterà. E sulla composizione del comitato si è registrato un altro "dramma". I

l presidente Vassallo ha letto i venti nomi dei componenti, spiegando che erano stati concordati con le tre componenti delle primarie (Veltroni, Bindi Letta). Ciriaco De Mita, vistosi escluso, ha abbandonato i lavori. Franceschini sdrammatizza lo scontro sul documento: "E' tutta salute che si discuta, ci mancherebbe che il Pd non lo faccesse. La Commissione statuto ha appena iniziato. C'é tempo fino al 31 gennaio".

Perchè il sistema tedesco non è adeguato al nostro paese e l’esigenza di un sistema italiano
22 novembre 2007
Premessa

Nelle ultime settimane è infiammata la discussione sulla legge elettorale. Forse per l’avvicinarsi del referendum si cercano accordi e intermediazioni. Al momento il modello elettorale che sembra trovare più consensi risulta essere il modello tedesco. Ciò deriva dal fatto che il sistema politico tedesco risulta essere quello che ha assicurato – più di tutti gli altri - la sicurezza delle maggioranze e la loro governabilità.

Ma ho paura che questo orientamento sia spinto più che da una riflessione ponderata, da opportunità politiche e dalla paura del referendum.

L’accettazione del modello tedesco tout court non mi convince per due ordini di motivi: 1) Perché l’evolversi del sistema costituzionale tedesco – e dunque l’affermazione della stabilità di governo - nasce dall’integrarsi del sistema politico con congegni di razionalizzazione; 2) perché msi sembra assurdo che il nostro sistema politico debba sempre agganciarsi a modelli stranieri senza interpretare la realtà politico-sociale italiana.

Il sistema tedesco

Il modello elettorale tedesco, giova ricordarlo, si basa sul coordinamento dei due sistemi, maggioritario e proporzionale: non si può, dunque, definire un sistema proporzionale puro. Gli elettori dispongono di due schede, con cui eleggono, rispettivamente, metà dei seggi in collegi uninominali e l’altra metà sulla base di liste nazionali bloccate di partito, quindi con criterio proporzionale. I seggi vengono ripartiti secondo il numero di voti ottenuti nel collegio proporzionale nazionale. Facciamo chiarezza: il partito X ottiene il 50% dei voti otterrà il 50% dei seggi disponibili in parlamento; il partito Y ottiene il 25% avrà il 25%; il partito Z ottiene il 10% avrà il 10% a prescindere dalla distinzione proporzionale-maggioritario. Ma può succedere che un partito abbiamo ottenuto, nei collegi uninominali un numero di seggi superiore a quello spettante gli in base al riparto proporzionale. Il partito in questione conserva i seggi così ottenuti e varia il numero di membri del Bundestag. A questo sistema di aggiunge il meccanismo di razionalizzazione che è la clausola di sbarramento (il sistema tedesco si caratterizza anche per la presenza di una clausola di sbarramento che tende a chiudere le porte del Parlamento alla frammentazione politica pari al 5% dei voti).

Facciamo nuovamente chiarezza: immaginiamo di trovarci di fronte ad un parlamento di 400 membri. 200 seggi vengono attribuiti sulla base di collegi uninominali, altri 200 sulla base del sistema proporzionale. Immaginiamo che alle elezioni si presentino 6 partiti: Rossi, Verdi, Neri, Marroni, Grigi, Bianchi. Immaginiamo che questi partiti assumano le seguenti percentuali - nel proporzionale - ottenendo consequenzialmente avranno i seguenti seggi computati sul numero totali di seggi:

Partito

Percentuale

Numero di seggi

Rossi

50% (56% ponderato)

224

Verdi

30% (33%)

132

Neri

10% (11%)

44

Marroni

4%

0

Grigi

3%

0

Bianchi

3%

0

I numeri così ottenuti sono al netto dei collegi uninominale.
Immaginiamo ora che il partito Bianchi abbia un forte radicamento territoriale e che abbia conquistato 4 seggi nei collegi uninominali maggioritari ecco allora che la composizione del Bundestag salirà a 404 membri e sarà così composto:

Partito

Numero di seggi

Rossi

224

Verdi

132

Neri

44

Bianchi

4

Ma non basta ciò. Il sistema politico tedesco assicura la propria stabilità ed efficienza per la presenza di altri fattori:

1) Rafforzamento della figura del Cancelliere, eletto a maggioranza assoluta dal Bundestag, con potere di nomina e revoca dei ministri e dunque con un ruolo centrale e forte nel sistema dell’indirizzo politico

2) Esistenza della sfiducia c.d. costruttiva; ossia le maggioranza (che si costruiscono dopo le elezioni secondo i modelli parlamentari) possono sfiduciare il Cancelliere solo nel caso in cui sia eletto a maggioranza assoluta un altro cancelliere

3) I rapporti politici tra i partiti sono più che maturi. Ciò scaturisce da due motivi: a) le decisioni del tribunale costituzionale tedesco che ha tagliato fuori dal sistema politico i due partiti antisistema(neonazista e comunista) che, avendo, un’alta percentuale non consentivano uno sviluppo del sistema politico in senso tendenzialmente bipartitico assicurando alla Germania un sistema a democrazia protetta. L’eliminazione dei nemici del sistema fa sì che i partiti maggiori identifichino nello stesso tempo gli "avversari politici", sollecitando la vocazione sistemica dei partiti chiamati a collaborare alla formazione della volontà politica del popolo.

Dobbiamo allora chiederci se questo sistema possa attuarsi in Italia. Credo di no. Il sistema politico italiano non permette questi congegni di razionalizzazione soprattutto per l’impossibilità di rendere il nostro un sistema democratico protetto. E per l'assenza, da parte delle forze radicali, della volontà di attuare un revisionismo con il passato, e sposare in toto la scelta liberale.

Un modello italiano

Credo sia molto più opportuno creare un sistema italiano di riferimento analizzando nel passato il sistema che più si è avvicinato alle esigenze italiano correggendolo nei congegni che non hanno funzionato.

Il sistema elettorale e politico che più ha avvicinato l’Italia agli altri paesi è stato il c.d. Mattarellum. Questo – che seguiva anche il referendum con il quale i cittadini avevano espresso la loro preferenza per il sistema dei collegi uninominali – ha negli anni fondamentalmente funzionato ed era entrato nella testa degli elettori ormai maturi. Quello che non ha funzionato è stato essenzialmente il rapporto tra quota maggioritaria e quota proporzionale, ed il funzionamento istituzionale nel momento successivo alle elezioni.

Vengo dunque alla proposta che considero la più idonea al sistema italiano.

I seggi dovrebbero essere assegnati per metà in collegi uninominali maggioritari in un unico turno di votazione e la metà con il sistema proporzionale con clausola di sbarramento al 5% ed attribuzione dei seggi su base circoscrizionale. Questo sistema – che ripercorre il Mattarellum – va corretto proponendo un collegamento tra liste maggioritarie e liste proporzionali che devono essere espressione di partiti.

Essenzialmente per essere presenti sulla scheda proporzionale si dovrebbe essere presenti anche nella quota maggioritaria, presentando liste maggioritarie (con il medesimo simbolo della lista proporzionale) in almeno ¾ dei collegi. In questo modo si disincentiverebbero le alleanze dirette a conseguire un voto in più, in cambio della presenza del Partito nelle liste proporzionali. Si andrebbe così a generare un sistema elettorale fatto di contrapposizione non più di coalizioni (eterogenee e litigiose) ma tra partiti che tende comunque (attraverso i meccanismi dei collegi uninominali e delle circoscrizioni) a garantire la rappresentatività delle forze più vicine all’elettore.

Ma ciò da solo non basta. Occorre, altresì, una modifica dei regolamenti parlamentari che non consenta la formazione di gruppi parlamentari diversi rispetti ai partiti che si sono presentati alle elezioni. Sarà inoltre opportuno una razionalizzazione della forma di governo con un rafforzamento dei poteri dei Premier (innanzitutto con la sua elezione parlamentare), e con una riforma del Senato che tenga conto della nuova configurazione della Repubblica delle autonomie.

News: il simbolo del PD
21 novembre 2007



Cosa ne pensate?

Sondaggio: La nascita del Pd e del PdL segnano la fine della II Repubblica?
20 novembre 2007
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Paura e Consenso politico
12 novembre 2007
 

Per la «politica delle masse» che sembra regnare attualmente ogni problema deve essere visto come atto lesivo delle libertà delle "masse" generato da un eccesso di libertà dato ad altre masse siano questa fatte da ultras, romeni e tra poco mi sa anche poliziotti.

Lo so, questa è una frase eclittica, ma la colpa non è mia, non ho fumato  niente di strano: è la politica del XXI secolo.

In un articolo apparso sul Corsera del 2 novembre leggo dei “pizzini” di Donald Rumsfeld. Quest’ultimo scriveva «Il nostro pubblico (che brutto essere considerati un pubblico e non come i detentori della sovranità n.d.r.) rischia di credere all’idea che tutto è perduto. Parlate di Somalia, Filippine… Fate capire agli americani che sono circondati da estremisti violenti… L’opinione pubblica è in cerca di leadership. Sacrificio uguale vittoria. Tenere elevata la minaccia». Sembra quasi il corollario della politica delle masse.

Ieri è morto un ragazzo. Un tragico errore per la polizia, un omicidio per la famiglia. Cerchiamo di ricostruire gli eventi. Un gruppo di persone sbraita, forse si prende un po’ a cazzotti alla piazzola di un autogrill. Dall’altra parte della carreggiata (saranno 200 metri o più di distanza) una pattuglia della Polstrada guarda la scena. Si accendono i lampeggianti. SI sparano dei colpi. Attraversano tutta l’autostrada (con il rischio di impattare anche altri automobilisti in corsa). Raggiungono un ragazzo che dorme in una macchina. Il ragazzo muore.

E’ un problema di addestramento del singolo agente. Non si può sparare in queste occasioni. Spero sia stata una fatalità, anzi ne sono sicuro.

Ciò posto, però, il tema della questione comincia a vertere sulla sicurezza negli stadi, e francamente ciò è paradossale.

Sento quale commentatore in TV e comincia a parlare di carenza di agenti agli stadi, stewards che non servono e forse qualcosa capisco. Ma lo tengo per me.

Sono tanti insomma che vogliono cavalcare l’onda emotiva dei fatti. Perché in Italia (e purtroppo nel mondo) continua ad essere più semplice fare una politica «contro qualcuno o qualcosa», anziché politiche «per qualcuno o qualcosa».

C’è bisogno di un nuovo civismo. Un nuovo patto sociale tra le anime di questa società, basato sul rispetto delle regole da parte di tutti. Sembrerebbe una cosa semplice, ma per dei Paesi normali, non come i nostri.
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